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Il Bacino Tiberino è una conca intramontana, di origine tettonica, allungata in direzione NW-SE e completamente circondata da rilievi montuosi. E’ il più ampio bacino sedimentario italiano del Plio-Pleistocene e la sua disposizione in seno alla penisola, l’evidente allineamento con andamento appenninico e la caratteristica ed inconfondibile forma ad Y rovesciata, suggeriscono gli stretti legami che intercorrono fra le sue origini e le vicissitudini geologiche che hanno condotto all’orogenesi della catena montuosa degli Appennini.




Il Bacino Tiberino è completamente colmato dai sedimenti detritici derivanti dal lento ma inesorabile smantellamento delle dorsali montuose circostanti. Nell’arco degli ultimi tre milioni e mezzo di anni un’ingente quantità di detriti, erosi e trasportati a valle dalle acque meteoriche incanalate, è stata elaborata e smistata dai reticoli fluviali che solcavano le vallate sottostanti. In base ai più recenti dati disponibili, dal punto di vista sedimentologico e paleobiologico, possono essere individuate almeno tre principali fasi evolutive territoriali. Ognuna di queste fa capo ad una immagine paleoambientale sostanzialmente differente dalle altre.

La prima fase, la più antica, è caratterizzata da una sedimentazione tipica di un regime lacustre. Specchi d’acqua, più o meno estesi e profondi, dominavano il paesaggio. I fondali di questi laghi fungevano, tra l’altro, da aree di raccolta di grandi quantità di sedimenti fini come le argille e, subordinatamente, di sedimenti più grossolani ivi riversati dai pochi corsi d’acqua presenti.

La seconda fase, evolutasi dalla precedente e soprattutto in seguito al completo colmamento dei laghi, è caratterizzata da una sedimentazione tipica di un regime fluviale. I reticoli fluviali che solcavano le grandi vallate facevano capo ad un modello a canali intrecciati, indotto probabilmente anche dalla straordinaria abbondanza di sedimenti fini nell’area. I canali, di diverse dimensioni, presentavano spesso un carattere sinuoso ed un aspetto meandriforme. Questi alimentavano numerosi specchi d’acqua di modeste dimensioni i quali, in relativamente breve tempo, si trasformavano in aree paludose e torbiere. In questo paesaggio i sedimenti prevalenti sono le sabbie e i limi.

Molto frequenti dovevano risultare gli episodi di inondazione, chiaramente testimoniati proprio dalla presenza di sedimenti limosi intercalati nei banconi sabbiosi. Alcune evidenze di carattere paleontologico e giacimentologico mostrano chiaramente che le esondazioni non assumevano carattere catastrofico. La piena montava gradualmente, avendo a disposizione un alveo fluviale molto ampio, e la grande quantità di fango trasportata dalle acque ricopriva vaste aree inglobando carcasse di animali vertebrati, residui organici, resti di vegetali, molluschi acquatici e terrestri, e quant’altro.

Durante i periodi asciutti vaste zone, delimitate lateralmente dai canali fluviali, costituivano ampie aree di pascolo per gli erbivori e di caccia per i carnivori. Sovente queste aree erano interessate da copertura boschiva.

Non si hanno notizie certe sulla durata dell’una o dell’altra fase, tuttavia gli abbondanti resti fossili di mammiferi rinvenuti all’interno dei sedimenti fluviali permettono di stabilire, con relativa chiarezza, che la fase di regime fluviale risulta essere attiva già circa due milioni di anni fa.

La terza fase di evoluzione territoriale, che giunge fino ai giorni nostri, potrebbe essersi attivata forse intorno ai 700.000/600.000 anni fa. Anche qui il regime fluviale la faceva da padrone con la sostanziale differenza che i numerosi corsi d’acqua che solcavano le pianure ora espletavano una funzione erosiva piuttosto che di sedimentazione. Del resto ciò che accade ancora oggi.

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